Esportazioni Usa: da democrazia a guerra civile
di Adolfo Santoro - Sabato 31 Gennaio 2026 ore 12:35

- L’ambiguità di chi, a seconda del vento, si propone come salvatore o persecutore dell’altro e non ha coscienza di sé e nemmeno dell’altro ben si adatta agli USA. Sia le persone ambigue, sia gli USA sono pericolosissimi!
Quando gli USA superficialmente si sentono buoni e profondamente sfruttano l’altro, allora esportano, con le buone o con le cattive, la democrazia con risultati disastrosi: gli esempi più eclatanti sono stati l’invasione dell’Iraq nel 2003 e l’intervento in Libia nel 2011, inizialmente giustificati come promozione della democrazia, hanno portato a disordine a lungo termine e al collasso delle strutture statali; ancora più ridicola è stata la fine del ventennale impegno in Afghanistan della coalizione a guida USA! Ma la credenza di essere buoni, se non altro, anche se la democrazia nasconde una demagogia e una violenza di classe, ha il vantaggio che i paesi democratici difficilmente si fanno guerra.
Quando, con la demagogia e con un atteggiamento aggressivo e fazioso, quelli che si sentono coerentemente cattivi superficialmente e profondamente – per quanto la loro consapevolezza si arresta ad una rabbia cronica da scaricare sull’altro per evitare che si rivolga su se stessi – arrivano a vincere le elezioni, le conseguenze arrivano ad essere tragiche: il potere autoritario si esprime in una dittatura, che, se non riesce a soffocare democraticamente il dissenso, si trasforma in capitalismo finanziario, e l’instabilità generata all’interno del Paese sfocia in una guerra civile informale, che gli analisti chiamano guerra civile fredda o di bassa intensità. Il Paese sperimenta allora un’alta polarizzazione politica e sociale, che si manifesta attraverso crescenti tensioni ideologiche, scontri verbali e, occasionalmente, episodi di violenza politica. È quello che sta succedendo negli USA, dove possono essere descritti i seguenti livelli di conflitto interno:
polarizzazione ideologica estrema tra sostenitori repubblicani e democratici su temi chiave come aborto, armi, diritti civili e gestione elettorale, che rende difficile il compromesso politico;
guerra civile culturale con una narrazione divisiva sui media, la riscrittura dei libri di storia, quella che personaggi ambigui come Rampini chiamano cancel culture e la battaglia per il controllo delle istituzioni educative e culturali, che creano due visioni del mondo inconciliabili;
aumento della violenza politica di bassa intensità con episodi di scontri tra gruppi estremisti (ad esempio, in occasione di proteste), minacce a funzionari pubblici e casi isolati di violenza mirata, che evidenziano una radicalizzazione del discorso politico;
sfida all’autorità statale e ai suoi metodi violenti di controllo sociale.
Non si può parlare ancora di guerra civile negli USA, come avvenne invece tra il 1861 e il 1865, perché non esistono due fazioni armate, ma è la sola ICE che ammazza cittadini inermi.
Quali sono però i motivi dell’esacerbazione aggressiva del governo di Trump, che nel suo primo mandato era già stato percepito come fascista e che ha poi perdonato ed esaltato come eroi coloro che agirono l’assalto di Capitol Hill? Ne sono evidenti due: 1) il timore di perdere le elezioni di medio termine di novembre, 2) il parziale fallimento dei suoi tentativi di neutralizzare il rischio di default attraverso i suoi interventi di intimidizzazione mondiale con guerre commerciali e/o armate.
Del rischio di default degli USA ne scriverò più sotto. Prima però voglio sottolineare che ognuno dà all’altro quello che dà a se stesso. Ne consegue che, se uno dà a se stesso bene, darà all’altro bene, ma, se uno dà a se stesso male, darà all’altro male. Ancora di più: se uno è potente, cercherà di deviare il male che dà a se stesso dandolo cento volte di più all’altro. Nel caso di Trump ciò si traduce nel fatto che, attraverso l’Internazionale del terrore, esporterà la propria guerra incivile favorendo lo scoppio di guerre incivili e di vere e proprie guerre civili nei Paesi con cui ha contatto attraverso
cambi di regime sostenendo movimenti di opposizione, provocando instabilità politica e, in alcuni casi, conflitti prolungati;
vuoti di potere rimuovendo leader autoritari senza un piano di stabilità post-conflitto e lasciando il campo a gruppi estremisti o a guerre civili;
crisi umanitarie successive agli interventi armati, alle massicce crisi migratorie e alle sofferenze civili.
La percezione degli USA come esportatori di fascismo è un tema critico e dibattuto, spesso analizzato in termini di capitalismo finanziario che, secondo alcune analisi, potrebbe convergere con forme autoritarie o reazionarie, descritte talvolta come capitalismo fascista, che coincide col capitalismo finanziario. Questo capitalismo si discosta dalle relazioni commerciali convenzionali, focalizzandosi sulle dinamiche politiche ed economiche, in particolare nel contesto del capitalismo moderno e delle sue influenze globali. Dopo la seconda guerra mondiale c’era in alcuni ambienti degli USA un interesse per il fascismo italiano, visto come un modello efficace contro la sinistra radicale; gli episodi eversivi, che durarono dalla bomba di piazza Fontana del 1969 fino all’avvento al potere di Berlusconi (che sembrò tacitare le collusioni tra Cia americana, servizi segreti italiani, destra estrema italiana, mafia-ndrangheta e P2) ne sono stati un’espressione.
La convergenza tra capitalismo, democrazia demagogica e fascismo sembra attualmente esprimersi nella finanziarizzazione dell’economia, che cerca di salvare in ogni modo gli USA dal default e che sostiene o favorisce regimi autoritari, allontanandosi dai principi democratici. La finanziarizzazione dell’economia è l’espansione del capitale finanziario su quello produttivo, che concentra il potere in élite finanziarie, riduce i diritti sociali, impone la povertà e la deregolamentazione, creando una colonizzazione generalizzata dove il consenso democratico è secondario alla valorizzazione finanziaria.
Il Capitalismo finanziario (FinanzCapitalism) passa dalla proposta Denaro-Merce-Denaro a Denaro-Denaro-Denaro e mira così a massimizzare il valore estratto da esseri umani ed ecosistemi trasformando beni e servizi in strumenti di investimento; il focus è dunque spostato dalla produzione al valore finanziario. Ne consegue la cristallizzazione della disuguaglianza. Il consenso politico diventa meno rilevante rispetto alle esigenze del mercato, poiché l’obiettivo è la democrazia di mercato o capitalismo democratico, dove le decisioni chiave sono sottratte ai processi elettivi.
Ne conseguono politiche autoritarie, come l’austerità imposta e la compressione del lavoro, che ricordano logiche corporative o di imposizione dall’alto, in cui è concentrato il potere.
Tutto ciò è stato sacralizzato nel World Economic Forum (WEF) di Davos del 2026, tenutosi tra il 19 e il 23 gennaio scorsi: il rito della finanziarizzazione dell’economia a livello del mondo Occidentale, officiato da Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, la società d’investimento multinazionale che ha sostenuto l’elezione di Trump. Proprio in tale contesto è apparso nettamente che la politica (Trump) è suddita della finanza (Fink), non diversamente di quanto avvenne ai tempi della discesa in campo di Berlusconi. A Davos l’attività finanziaria è stata spinta in nuovi ambiti trasformando beni reali (immobili, materie prime) in puri strumenti di investimento, favorendo la rendita finanziaria e patrimoniale, consolidando le disuguaglianze, cercando di allineare le politiche nazionali agli interessi dei mercati internazionali. È stato evidenziato che gli approcci isolazionisti (come il Maga) non bastano: occorre la guida dell’economia attraverso un contesto geopolitico complesso.
La presidente del Fondo Monetario Intenzionale (FMI), Kristalina Georgieva, che ha concluso i lavori del Forum di Davos, ha tracciato le linee di un 2026 angosciante prevedendo che nel 2026 il debito dell’Occidente supererà la soglia della parità col PIL totale, che non è supportato da una crescita non abbastanza forte. Ne consegue l’ipotesi di una crisi finanziaria che abbia origine dagli USA e si diffonda poi in diverse direzioni geografiche, in particolare verso l’Europa. Lo scoppio della crisi, oltre alle grandi conseguenze sui mercati, indebolirebbe l’egemonia USA sull’ordine internazionale a favore soprattutto della Cina (che, solo a livello economico, sarebbe anch’essa danneggiata), aumenterebbe le difficoltà per i paesi fortemente indebitati (come molti Paesi europei, tra cui l’Italia, e come i Paesi del Sud del mondo) verso i quali si accentuerebbe la politica di rapina degli USA e si accelererebbero i processi di de-dollarizzazione in atto.
Gli USA, in cambio della politica di rapina delle risorse dei Paesi vassalli, potrebbero proporsi come salvatori, come sta avvenendo in Argentina e come sembra riproporsi in Giappone, ma con l’allargarsi della crisi aumenteranno il numero dei questuanti e il dissenso.
La spinta ai processi di finanziarizzazione selvaggia dell’economia potrebbe avere conseguenze ben più gravi di quelle della crisi del 2008, da cui si riuscì ad uscire dopo molto tempo e con molta fatica, grazie anche all’intervento deciso e coordinato dei sistemi di regolazione. Questa volta, un eventuale crollo dei mercati si scontrerebbe con una dimensione ancora maggiore dei valori in gioco e con possibili difese molto più deboli, tra l’altro per la presenza di un’amministrazione USA apparentemente irresponsabile: il pompiere-piromane Trump, invece di regolamentare la situazione, sembra volerne approfittare a livello personale.
Il fuoco acceso da Trump è la legge Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for US Stablecoins) del luglio 2025. Questa legge regola le stablecoin (SC), che sono un tipo speciale di criptovalute, di cui Bitcoin è la più nota. Le SC sono strumenti di pagamento digitali, emesse da privati, che usano la stessa tecnologia delle Bitcoin. Mentre però il valore dei bitcoin e delle molte altre criptovalute è caratterizzato da forti oscillazioni, e sono utilizzate soprattutto per transazioni illegali (sono anonime come le banconote) o per scopi puramente speculativi (vengono comprate perché si spera che il loro valore aumenti), le SC promettono di mantenere un valore stabile nel tempo. Sono perciò agganciate a titoli sicuri, quali depositi bancari o titoli del debito pubblico statunitense a brevissimo termine.
Con il Genius Act Trump ha due obiettivi: consolidare il primato del dollaro nel sistema monetario internazionale e creare un’enorme domanda estera aggiuntiva di titoli del Tesoro, contenendo così i tassi di interesse che governo e debitori devono pagare negli Stati Uniti (c’è però il rischio che, in caso d’instabilità finanziaria, la Fed, per un’altra legge voluta da Trump, non possa emettere una valuta digitale senza l’approvazione del Congresso). Per agevolare la circolazione di SC in dollari, Trump sta sfruttando la forza del settore fintech (cioè le piattaforme digitali), che fino ad ora hanno utilizzato il sistema bancario per i pagamenti. Ne consegue che la regolamentazione europea dell’industria digitale, che limita l’espansione e la possibilità di raccolta di dati delle imprese USA, sia un ostacolo per Trump.
Un altro rischio della Finanziarizzazione dell'Economia è stato descritto da Alessandro Volpi, docente dell’Università di Pisa, nel suo commento al World Forum di Davos:
L’obiettivo dichiarato in pressoché tutti i panel è stato quello di convincere la maggior parte della popolazione mondiale ad affidare i propri risparmi al sistema finanziario guidato dai colossi come BlackRock, utilizzando qualsiasi strumento, dalla “tokenizzazione” alla creazione di prodotti finanziari a costi bassissimi, fino alla digitalizzazione dei trasferimenti monetari: l’idea, micidiale, è quella di ridurre in maniera netta la distanza fra il detentore di denaro, anche il più povero, e la finanza dei grandi fondi, in grado così di sorreggere un capitalismo che non è più capace di produrre valore reale.
In pratica a Davos si è celebrata l’idea per cui tutti i proletari-risparmiatori devono unirsi per sostenere il capitalismo dei super ricchi e i loro jet privati. Nel frattempo l’obiettivo dei grandi gestori è quello di impossessarsi di ogni spazio del potere.
È opportuno, a questo punto, esaminare le multiple cause della crisi prevista: l’abile investitore Warren Buffett individua quattro punti critici della situazione:
la Borsa non tende più a finanziare l’economia reale, ma si concentra sempre più in operazioni puramente speculative e finanziarie,
il livello di indebitamento del settore privato e di quello pubblico cresce a dismisura,
il mondo economico e finanziario è sempre più preso dall’attenzione al breve termine, trascurando gli orizzonti di lungo periodo,
la Banca Centrale degli USA (Fed) non ce la farà più a intervenire adeguatamente nei momenti critici.
Non si può che convenire:
la Borsa è gonfiata;
i livelli del debito pubblico dei vari Stati crescono sempre più in fretta: il debito pubblico USA ha superato i 30 trilioni di dollari e cresce più velocemente del PIL; gli USA saranno costretti a pagare nel 2026 850 miliardi di dollari solo per gli interessi (l’entità di questi interessi supera l’entità dei soldi spesi dagli USA per la difesa nazionale!); già altri Imperi (quello di Roma o della Spagna o della Gran Bretagna coloniale crollarono, per foraggiare i loro eserciti e la complessa rete amministrativa, in una situazione simile a quella dell’Impero USA odierno: rifinanziarono il debito svalutando la moneta (da cui seguì l’inflazione), si valsero di prestatori finanziari esterni e di tassazioni elevate e il fatto di poter stampare moneta non li salvò; un aspetto fondamentale è che lo scoppio dell’indebitamento dei Paesi Occidentali è legato al Riarmo, che, oltre ad essere dissennato perché prepara la guerra, è economicamente dissennato perché non genera una limitazione dei processi di inflazione;
lo scoppio della bolla del credito privato non bancario (cioè i prestiti concessi da fondi di investimento e affini), che coinvolgerebbe il sistema bancario e assicurativo;
la possibile crisi delle speculazioni varie, legate, ad esempio, alla corsa all’oro o alle criptovalute;
Trump ha deciso che da aprile la Fed sarà governata non più dall’odiato Jerome Powell, ma da Kevin Warsh, che è meno falco di altri candidati e mantiene buoni rapporti col settore bancario di JPMorgan.
A ciò si aggiunga un altro rischio, quello dell’Intelligenza Artificiale (IA). Ma andiamo con ordine: l’IA è presentata leva per l’aumento esplosivo della produttività e degli introiti del 10% di élite lavorative; ma allo stesso tempo causa profonde e gravissime disuguaglianze nel mondo, coinvolgendo il 60% dei lavori e dei lavoratori nelle economie avanzate; grazie all’IA, anche, il restante 90% sarà relegato in posizioni lavorative a basso valore aggiunto, con conseguente aumento delle diseguaglianze sociali, con perdita del potere d’acquisto e ulteriori tensioni sociali; in particolare ne risentiranno i giovani, che faticheranno a trovare un buon posto e, soprattutto, faticheranno a scalare le posizioni lavorative.
Nell’IA i tecno-oligarchi di OpenAI etc hanno investito svariati miliardi, ma da fulcro per il guadagno degli stra-ricchi e per il controllo diffuso del resto della popolazione IA potrebbe diventare fulcro della crisi: lo scoppio della bolla dell’IA potrebbe conseguire al fatto che gli investimenti nell’IA superano di molto i possibili guadagni. A ciò si aggiunga che la Cina ha elaborato sistemi di Intelligenza Artificiale meno costosi e che mettono a disposizione dell’utente molti altri vantaggi.
La Cina, dunque, si sta muovendo, e non solo in ambito tecnologico: ad esempio, sta comprando a basso costo il debito dei Paesi del Sud del mondo, che in questo modo tenderanno a sviluppare rapporti economici con la Cina e tra di loro.
La Cina, Taiwan, Singapore, la Norvegia, la Svezia, la Danimarca stanno vendendo il debito USA. (da notare due cose: 1) il Giappone ha venduto il debito USA, col beneplacito di Trump, per salvarsi dal suo default, 2) Trump era arrabbiato con la Norvegia non solo perché non gli è stato dato il Nobel, ma per la vendita del debito USA da parte della Norvegia).
Quali conseguenze avrà la politica di Trump sull’Europa, oltre all’esportazione della guerra incivile? Che cosa fa l’Europa? Fa bene a temere i rischi di instabilità finanziaria conseguenti all’abbandono di un sistema finanziario consolidato a favore di un sistema sostanzialmente privato, a temere cioè di perdere la propria sovranità monetaria, per cui sta lavorando a un euro digitale per pagamenti fino a 3.000 euro; ciò si affianca al Regolamento sui Mercati delle Criptovalute (MiCA), che consente agli attori europei di emettere SC denominate in euro con solide tutele per i consumatori. Ma rimane inerte, frastornata per la crisi energetica conseguente alla dissennata rinuncia al gas russo, per il subire i dazi di Trump e, ora, per le conseguenze della svalutazione del dollaro rispetto all’euro, che limita le sue esportazioni. Tutto ciò dovrebbe consigliare un deciso e urgente sganciamento dagli USA per evitare di sprofondare assieme, oltre tutto in maniera subalterna, alla finanza americana. Alcune cose che dovrebbe fare sono:
- rifiutare decisamente la finanziarizzazione estrema del risparmio globale, che vuole andare a pescare, come ha spiegato Alessandro Volpi, nelle pieghe del risparmio di tutto il mondo per salvare gli USA dal default;
- limitare la circolazione dei capitali (gli asset bancari dovrebbero essere, ad esempio, capitalizzati non in dollari; ci dovrebbero essere imposte fiscali vere sulle piattaforme americane);
- stabilire con accordi commerciali con tutti i Paesi dell’Est e del Sud del mondo;
- annullare il proprio aumento di debito legato alle spese militari;
- sospendere gli aiuti per la ormai persa guerra dell’Ucraina!
Ma la paralisi dell’UE è ben nota: il fallimento del Mercosur e il timido accordo con l’India (in funzione anti-cinese) la dicono lunga.
E l’Italia rischia di tornare rapidamente ai livelli del 2011, quando lo Stato era in condizione di non riuscire a pagare più le pensioni e fu tolta d’autorità la guida del Paese all’inetto Berlusconi, troppo impegnato nei suoi festini … ma, a differenza del 2011, l’industria e la struttura economica dell’Italia sono state saccheggiate grazie al vassallaggio con gli USA! E l’Italia continua a trattare la questione sociale come problema di ordine pubblico tollerando che ne venga affidata la gestione alle squadracce dell’ICE.
Che dire? Il Rapporto Oxfam, pubblicato come di consueto prima del World Forum di Davos, ha un titolo che appare quasi come un programma politico: Resistere al dominio dei ricchi. Difendere la libertà dal potere dei miliardari.
Adolfo Santoro









